Il nuovo libro di Gabriele Bindi che smaschera il grande inganno dei media e dalla agroindustria, e ci esorta a riscoprire il gusto, la vitalità del cibo e il ruolo dei contadini nella cura del pianeta
«Un nuovo modo di pensare al cibo, un’altra maniera di produrre, vendere, condividere, consumare e assaggiare». Con queste parole il giornalista Gabriele Bindi spiega il titolo del suo nuovo libro Il Cibo Ribelle (Terra Nuova Edizioni, 2020). Un saggio che invita a riflettere sul vero valore del cibo e ci propone, grazie al supporto di Franco Berrini, Vandana Shiva, Salvatore Ceccarelli, Carlo Tricarico, artigiani del cibo e contadini ribelli, un nuovo modo di considerare il rapporto dell’uomo con i prodotti della terra: un nuovo paradigma attento alla nostra salute, al futuro della nostra società e alle sorti del pianeta.
I falsi miti del progresso
Nelle dense pagine, l’autore muove una critica all’industria del cibo, ai colossi dell’agroalimentare che sono in sodalizio con i Big Pharma e i gruppi finanziari. E porta alla luce i falsi miti della cosiddetta civiltà del benessere, dove la produzione agroindustriale viene considerata, a torto, una manifestazione del progresso sociale. Scrive Gabriele Bindi: «Alla civiltà dell’opulenza, grassa e ipertesa, fa da contrappeso un quarto della popolazione mondiale che soffre di malnutrizione. La ricetta dell’agroindustria è l’aumento delle produzioni e la diminuzione dei prezzi. Il risultato è uno scarso accesso al cibo e una dieta sempre più omogenea e sbilanciata: una persona su tre nel mondo soffre di carenze di micronutrienti, mentre quasi due miliardi di persone sono in sovrappeso o obese. Si tratta per di più di un sistema altamente inefficiente, che sta in piedi solo grazie ai prezzi irrisori delle fonti fossili e al sostegno delle casse pubbliche».
Le insidie della monocultura
Le regole del libero mercato, inoltre, non favoriscono affatto la diffusione del cibo tradizionale, ma piuttosto prodotti dal profilo nutrizionale scadente. In nome dell’efficienza e della precisione, le industrie agroalimentari, tramite la tecnologia, hanno imposto una standardizzazione delle trasformazione del cibo. E hanno incoraggiato la nascita delle monocolture, un sistema che è efficiente sul piano dei costi, ma che ha degli effetti devastanti sull’ambiente, sulla salute e sul suolo. L’epidemiologo Franco Berrini lo spiega chiaramente: «La monocultura espropria i contadini dalla loro terra e li trasforma in lavoratori salariati che producono cibi che non mangeranno (...) Quando lavoravo in Costa d’Avorio all’inizio degli anni ’70 la ricchezza del paese era dovuta a monocolture di caffè, cacao e caucciù, e all’abbattimento di grandi alberi delle foreste. Il paese era relativamente ricco, i bambini andavano a scuola e non c’era la fame. Buona parte del cibo era importato dalla Francia. Quando la guerra, negli anni ’90, ha interrotto le comunicazioni abbiamo saputo di bambini morivano di fame. Non si può sopravvivere mangiando caffè, cacao e caucciù».
Alla ricerca del gusto perduto
La sfida che abbiamo di fronte, sostiene Bindi, è quella di valorizzare il cibo coltivato in modo naturale, tradizionale e biologico. Un cibo che si basa sulla biodiversità, sicurezza, sapore, qualità e resilienza. Un traguardo che si può raggiungere se portiamo a compimento la rivoluzione avviata da molti contadini e artigiani del cibo, uomini e donne che hanno scelto di cambiare le loro abitudini alimentari, avvicinandosi alla terra per scoprire il valore del cibo essenziale. Scrive l’autore: « Segale, patate, castagne, grano saraceno sono stati a lungo la vera base dell’alimentazione, soprattutto nelle aree più marginali, tra le valli alpine o dell’appennino. Nondimeno, il cibo ribelle allarga il ventaglio di gusti e abitudini alimentari a partire dai cereali minori, quali sorgo, avena, panico, miglio, orzo. Tutti alimenti che, una volta conquistato il benessere e gli agi del dopoguerra, sono stati estromessi dalle nostre tavole».
Si tratta di riappropriarci del gusto del cibo sano e non omologato. L’industria alimentare, con i claim pubblicitari, ha finito infatti per trasformarci in consumatori che inseguono istintivamente cibi ricchi di zuccheri, grassi e sale. Eppure il gusto è molto di più di di una riposta alle pulsioni istintuali. Si legge nelle pagine: «Il gusto è espressione di civiltà, di una cultura appresa, frutto di un’educazione sensoriale. Tutta la cucina tradizionale di ogni popolo è un buon connubio tra natura e cultura, necessità e piacere, equilibri a cui da sempre siamo stati educati».
Dalla mindful eating al coltivare bene
Con lo scopo di affinare le sensazioni della fame e della sazietà, per liberarsi dai condizionamenti esterni che ci spingono all’assunzione incontrollata di cibo e bevande, molte persone ricorrono negli ultimi anni alla mindful eating: un approccio prevalentemente psicoeducativo che deriva dalla mindfulness. Ma una maggiore consapevolezza della qualità di ciò che mangiamo e beviamo non può prescindere, in ogni caso, dal nostro congiungimento con la terra, che implica una maggiore conoscenza dei processi del cibo. La riflessione del presidente dell’Associazione per l’agricoltura biodinamica, Carlo Tricarico, pubblicata nel volume, ci esorta proprio a coltivare bene. «Lavorando, curando e nutrendo la terra, l’agricoltore ne accompagna l’evoluzione (...) un’azienda biodinamica, deve essere un organismo. Non può basarsi su concimi, o foraggi, per quanto biologici, provenienti dall’esterno, a volte da migliaia di chilometri. Per questo deve avere necessariamente piante e animali, ma non può avere più degli animali che riesce a nutrire con i frutti della sua terra e comunque mai più dell’equivalente di due vacche per ettaro. Il rapporto con piante e soprattutto con gli animali, diviene così intimo, che è vietata qualsiasi pratica di mutilazione e sfruttamento».
La lezione della pandemia
Dall’altro canto, la pandemia del Covid-19 ci ha insegnato che c’è un legame stretto fra salute della Terra e la salute della nostra specie. Vandana Shiva ci fa notare che « negli ultimi 50 anni sono emersi fino a 300 nuovi agenti patogeni. È ben documentato che circa il 70% degli agenti patogeni umani, tra cui HIV, Ebola, Influenza, MERS e SARS, sono emersi quando gli ecosistemi forestali sono stati invasi e i virus sono passati dagli animali all’uomo (salto di specie)». Occorre allora tornare in armonia con la Terra, prendendoci cura del suolo, della biodiversità e quindi anche del cibo. «Ci ricordiamo di essere umani perché siamo fatti di «humus» - di suolo – spiega l’ambientalista indiana – Solo le nostre menti, i nostri cuori e le nostre mani che lavorano insieme alla Terra, come parti integranti della sua creatività, possono guarirla, fornendo a noi e a tutte le altre specie cibo nutriente e sano».
I contadini, i veri ribelli
Come accennato precedentemente, importanti trasformazioni nella produzione del buon cibo sono già in atto. E ora spetta a noi riconoscere il ruolo fondamentale dei contadini nel rovesciamento del modello economico dominante. Riprendendo le parole di Gabriele Bindi possiamo concludere dicendo che « i neocontadini sono la nuova intellighenzia, il motore di una trasformazione. Per una nuova coscienza di classe basterebbe l’evidenza dei fatti: nella stessa Europa unita, sono i produttori di piccola scala a fornire l’89% degli alimenti consumati dall’intera popolazione. Le piccole aziende agricole sono più resilienti, sfruttano proporzionalmente meno combustibili fossili sia nella produzione che nella distribuzione. E la produzione agricola biologica sta crescendo. Il cambiamento è già nella natura delle cose, bisogna solo che la politica se ne accorga in fretta, smettendo di foraggiare la grande industria a discapito dei reali produttori del nostro cibo».
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