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Francesco De Gregori tra ermetismo e cani senza padroni

Articolo del 2 novembre 2020 (Pubblicato su Sapereambiente.it)

Un libro per conoscere a fondo le canzoni del Principe. Un viaggio nella sua opera condotto da Enrico Deregibus  tra musica, parole, arrangiamenti e commenti


Forse non tutti sanno che  Francesco De Gregori quando scrisse Alice non aveva nemmeno vent’anni, e che in quella  e nelle altre canzoni i riferimenti letterari e artistici, almeno nella sua mente, erano già chiari: Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis CarrolCesare Pavese, lo stream of consciousness dell’Ulisse di Joyce, le libere associazioni dadaiste, ma anche film come Otto e mezzo o Blow Upl’America di Kerouac e quella di Andy Warhol.  A svelarlo è Enrico Deregibus, giornalista, studioso e culture della canzone italiana, nel suo ultimo lavoro dal titolo “Francesco De Gregori. I testi. La storia delle canzoni” ( Giunti Editore, 2020). Che si presenta ai lettori  come la seconda parte di “Francesco De Gregori. Mi puoi leggere fino a tardi”, la corposa biografia del cantautore che il giornalista piemontese ha pubblicato nel 2015, sempre per Giunti.


Nelle oltre settecento pagine − ricche di brani, aneddoti, fonti di ispirazione −  si colgono i retroscena e le curiosità della produzione artistica del Principe in una versione decisamente accurata. Lasciandoci guidare dai brani musicali che da Theorius Campus fino a De Gregori canta Bob Dylan hanno accompagnato e accompagnano la nostra vita, possiamo  provare a rispondere alle nostre domande sull’opera degregoriana,  in primis sullo stile di scrittura ermetico.  In realtà, spiega Deregibus, le canzoni di Francesco De Gregori sono un «movimento di senso e di sensi». Non c’è nessuna fuga dalla realtà o chiusura. Potremmo dire che allo stesso modo di Tristan Tzaran anche per De Gregori «la logica è una complicazione». Dopotutto le poesie e le nostre esistenze  non si nutrono forse anche di irrazionalità? Sulla scrittura di De Gregori  l’autore ritorna diverse volte, e lo fa attraverso i commenti dello stesso cantautore, come nel caso della canzone enigmatica Niente da capire:

«Io davvero non capivo. Chi capisce davvero quello che succede in una storia d’amore? L’artista forse è talmente lucido da capire che non si può capire niente, e restituisce questa incomprensibilità. Creando scandalo se è una canzone».

 

Ascolta Niente da capire di Francesco De Gregori

E più avanti con Scacchi e tarocchi, dove le parole ambigue non fanno altro che da specchio a una delle pagine più buie della storia italiana: il terrorismo. Dichiarò Tullio De Mauro:

«Devo riconoscere che nessun giovane scrittore ci ha dato una testimonianza creativa sul terrorismo. L’ho trovata soltanto in un testo di De Gregori, Scacchi e tarocchi. Lui sì, ci ha detto qualcosa di interessante».

L’opera discografica del Principe non può essere classificata sbrigativamente come ermetica. Nelle canzoni c’è altro. Troviamo infatti echi pasoliniani e felliniani, preghiere laiche, l’incanto e il disincanto dell’amore, cani senza collare e padroni, lavori a cottimo, contrabbandieri, documenti di seconda mano, marinai, anarchici gentiluomini. La nostra storia, la nostra vita. E allora nel viaggio infinito dentro la sua musica, tra miraggi, metafore e allegorie, non  ci resta  che riconoscere uno stile unico, quello che ha attratto grandi  poeti e parolieri  a partire da  Ivano Fossati e Fabrizio De Andrè.

 

Ascolta Scacchi e tarocchi di Francesco De Gregori

 

Ascoltare De Gregori, in definitiva,  significa potere far tesoro del  punto di vista originale di un artista schivo che non ha rinunciato e non rinuncia a schierarsi  contro chi ha contribuito alla decadenza del nostro tempo: i “vigliacchi della comunicazione” o  chi non prendere  posizione fra chi ha  costruito supermercati rubando e chi ruba nei supermercati. Denunciando il mito dell’ottimismo e  facendoci fare i conti con l’amaro realismo del brano Numeri da scaricare, il cui significato − si legge nel libro  −  è stato spiegato dal cantautore romano in una intervista del 2005:

«Il futuro è già qui, il futuro è presente. È orribile, ma è così. È l’inferno che avanza. Se guardi distrattamente, puoi pensare che si viva tutti in un grigio e brutto purgatorio. In realtà, sono i privilegiati ad abitarlo. Il paradiso non esiste più. Il purgatorio è per noi povera gente che ha un pizzico di fortuna in più. L’inferno è per gli altri. Se esci di qui, dalla porta di quest’hotel, troverai mendicanti e disoccupati, dolore e disperazione. Vent’anni fa non era così e nemmeno dieci. Oggi, quando sali su un aereo provi emozioni e paure che non avevi prima delle Due Torri. Qui fuori è inferno, non purgatorio. E il paradiso è un’invenzione».


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