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Progettare insieme l’Italia post Coronavirus

 

Articolo del 26 novembre 2020 (Pubblicato su Sapereambiente.it)

Il saggio di Stefano Laporta e Ilaria Catastini, pubblicato da Albeggi Edizioni, propone una  riflessione e spunti metodologici per affrontare il dibattito pubblico sulle grandi opere infrastrutturali durante la crisi pandemica


La ricostruzione dell’Italia post coronavirus potrà essere una grande opportunità per realizzare opere che favoriscono lo sviluppo economico, occupazionale, nel rispetto dell’ambiente. Tuttavia, per raggiungere questo importante traguardo, occorre una sinergia fra la politica e  la società civile, che implica innanzitutto il superamento della sindrome Nimby (Not in My BackYard).  Lo spiegano bene  Ilaria Catastini e Stefano Laporta, Presidente di Ispra e della Consulta degli Enti pubblici di ricerca, nel saggio Progettare il domani. Riflessioni per un modello di dibattito pubblico (edito da Albeggi Edizioni), con la prefazione del Prof. Avv. Luigi Balestra, Ordinario di Diritto civile all’Università di Bologna e Vicepresidente del Consiglio di Presidenza della Corte dei Conti. Secondo i due autori il nostro Paese deve inaugurare una nuova stagione in cui il  dibattito pubblico viene  guidato dalla trasparenza, dall’efficienza e dalla partecipazione democratica, dove la comunicazione digitale può svolgere un ruolo cruciale. Solo in questo modo potremo realizzare gli interventi previsti dal Recovery Fund.

 

 

Nelle pagine del volume, distribuito gratuitamente in formato ebook attraverso le librerie online, Catastini e Laporta ci suggeriscono i criteri e la metodologia da utilizzare per definire l’entità delle compensazioni, mappando con precisioni i gruppi di interesse coinvolti, favorendo le soluzioni innovative, costruendo relazioni cooperative nelle comunità locali.

 

 

 

E ci invitano a prendere  coscienza del fatto che un consenso unanime nel dibattito pubblico  è auspicabile ma difficile da raggiungere in una società complessa come la nostra. E allora la fase di concertazione  dovrà tener conto del punto di vista degli oppositori al fine di ridurre i conflitti, spesso alimentati, non sempre volontariamente, dai mezzi di informazione. Si legge nel testo:

«La dimensione oggettiva, quella afferente ai dati quantitativi, alle analisi effettuate o effettuabili, deve avere un valore superiore rispetto alla dimensione percettiva, che è quella afferente alla scala di valutazione che la collettività, i gruppi, gli individui utilizzano, consciamente o inconsciamente, per giudicare la dimensione oggettiva».

La qualità del dibattito pubblico dipenderà  quindi  anche dalla possibilità di avere informazioni oggettive, facilmente reperibili e condivisibili. Per raggiungere questi obiettivi, si possono sfruttare le potenzialità del web. La presenza di una piattaforma ufficiale, in particolare, spiegano gli autori, potrebbe favorire la raccolta di dati scientifici, approfondimenti, commenti. E consentire incontri digitali fra tutte i soggetti coinvolti nella realizzazione di opere per la collettività. In altri termini, significa adottare tutti gli strumenti della comunicazione sociale per accrescere  nei cittadini la consapevolezza di appartenere a una “polis” e non a un campo di battaglia.  Sentendosi membri di una comunità in cui  deve prevalere l’interesse generale su quello particolare, al di là del mercanteggiamento.

«L’uomo è un essere sociale. Comunica per farsi capire e per conoscere. La democrazia, al contrario del regime autoritario, prevede che il sistema politico, la collettività, la polis, autodetermini le proprie scelte sulla base della conoscenza − precisano gli autori − La comunicazione è dunque fondamentale alla conoscenza, e maggiore è la trasparenza della comunicazione, maggiore sarà il livello di conoscenza che sottenderà alle scelte democratiche».

Infine, sul versante economico è importante porre l’attenzione sui “costi del non fare”. Uno studio del 2018 dell’Agici (Agici Finanza di Impresa) aveva portato alla luce il conto  che avrebbe dovuto pagare l’Italia in caso di mancata realizzazione delle opere pubbliche già programmate: 500 miliardi di euro in poco meno di venti anni.  «Questi costi saranno ulteriormente ‘appesantiti’ dai fondi europei che, qualora non spesi, dovremo restituire».

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