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C’era una volta la Collatina Antica, un racconto dell’urbanizzazione di Roma ( Su Sapereambiente.it del 9/01/2024)

 

C’era una volta la Collatina Antica, cover
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Tra foto, storie, riflessioni, Stefano Marinucci ripercorre in un intenso reportage l’antropizzazione della Città Eterna. Un viaggio dalla nascita del consumismo alla fine di tanti ecosistemi

Si può ritrovare la bellezza anche nei luoghi poco conosciuti, abbandonati, tra discariche e campi rom. Perché, nonostante tutto, lì, in quegli spazi di vita quotidiana, c’è ancora chi resiste alla spasmodica e folle velocità della modernità. C’è ancora la forza della storia che diventa vissuto esistenziale e energia creativa quando si rispecchia nelle testimonianze e nella memoria di chi prova a preservare un mondo antico – quello fondato sulla solidarietà e l’appartenenza a una grande comunità – così lontano così necessario.

È l’urgenza culturale che non può prescindere dalla tutela ambientale.

Un messaggio che traspare nelle pagine dell’intenso reportage “C’era una volta la Collatina Antica” (Edizioni Intra Moenia, 2023) di Stefano Marinucci, dove in dieci tappe e quindici chilometri, da Porta Tiburtina si va verso la città di Gabi (in latino Gabii). Insieme a Remo, Luigi e Eronia scopriamo, tra riflessioni profonde, slanci narrativi e poetici, foto e racconti, i devastanti effetti dell’antropizzazione sugli ecosistemi di una parte sconosciuta della Città Eterna. Collatia è scomparsa, soltanto qualche traccia rimane sotto i nostri piedi. La sua integrità appartiene così a una dimensione spirituale e metafisica piuttosto che materiale. Ma l’oblio può ancora attendere.

Archeologia e discariche

Il viaggio suggerito dallo scrittore e videoartista inizia dal quartiere San Lorenzo, bombardato nel 1943, centro di fabbriche, comunità operaia e antifascista. Oggi si può considerare una ciminiera dismessa, inizio della Collatina ed espressione allegorica della città di Roma. È l’incontro di «slum e asteroidi, baracche e fabbriche vuote, lavoratori e spacciatori, movida malsana e inquinamento acustico», ma anche un tesoro da scoprire. Raggiungiamo poi Casal Bertone. Qui la cementificazione incontrollata e lo scalo merci si scontrano con le rovine, i mosaici, le tinozze. Il Palazzo dei Ferrovieri ci ricorda invece Anna Magnani in Mamma Roma, il celebre film di Pasolini del 1962. In questo spaccato della capitale, il materiale archeologico si disperde però fra la discarica più grande d’Europa, centri commerciali, campi rom e necropoli. Dell’antica fullonica non sembra esserci più traccia, nel quartiere prevale soltanto lo sgomento e la paura.

C’è però chi non si arrende e prova a costruire spazi di partecipazione democratica. Bisogna custodire un’area verde di circa 79.000 metri quadri, ma le amministrazioni preferiscono i treni ad alta velocità.

Il viaggio di Stefano Marinucci continua in un susseguirsi di fotogrammi suggestivi. Da Tor Sapienza alla fabbrica di elettronica dismessa, dalle baraccopoli infernali alle strutture post-industriali di Tor Cervara tenute in vita dagli squatters: veri pionieri dello sviluppo chimico urbano.

Territori trasformati dal modello economico

Come spiega Cinzia Tani nell’introduzione:«Questo itinerario non è solo dovuto al desiderio di raccontare quartieri romani di cui gli stessi abitanti conoscono poco, ma alla volontà di decifrare alcuni enigmi, analizzare le trasformazioni dell’ambiente naturale avvenute nel tempo a causa dell’intervento umano». Senza addentrarci in particolari considerazioni ideologiche, possiamo aggiungere che “C’era una volta la Collatina Antica” è una lente di ingrandimento sulla civiltà dei consumi sorretta da decisioni politiche sciagurate, quelle che hanno favorito l’inquinamento dei nostri fiumi, dell’aria che respiriamo, e che hanno compromesso le valli, come quella dell’Aniene, con gli incentivi all’urbanizzazione selvaggia, con le grandi carrozzerie e fabbriche dismesse, con le poltrone abbandonate negli immensi prati verdi di periferia, con i centri commerciali costruiti sul nulla. Il libro è un prezioso esempio di denuncia sociale, che riesce a rivelare l’insostenibilità del modello di società usa e getta, in cui tutto diviene scarto, rifiuto, indifferenza. Incapace di fare i conti con l’irreversibilità del tempo e dei disastri ambientali.

Una società schiava del potere amorale, alleato dello sviluppo economico che calpesta l’arte e la memoria collettiva.

 

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